A immaginare un solstizio lontano
quando il cielo era una toppa di stelle,
sopra i giochi di strada, più alta
della lampada bianca che illuminava la via.
Il solstizio d’inverno, l’equinozio,
poi il solstizio d’estate,
e i ricordi si fanno folate e finiscono in gola.
Solstizio, equinozio,
e il galoppo dei gironi che irrompe nell’ozio
e mi invade come se fosse una fola.
Un posto di cisti e lentischi
che respirava carbone,
dove il torrente frenava,
per offrire ai piedi scalzi il pantano
degli sciami di libellule viola,
dei canti di raganelle alla sera.
.
Andiamo di là. Sarà rotto il mistero
del capanno di frasche e di canna
ai piedi della grande mimosa
che segnava il trapasso del tempo
quando offriva i suoi grappoli d’oro.
Andiamo, se vuoi,
per dare un senso al desiderio che avvince,
a stupirci degli sciami di insetti,
danzanti e ritti sopra il pelo dell’acqua.
Andiamo, se vuoi, e crearci illusioni,
ma tu non ci sei
a prenderti gioco delle mie melodie,
e allora invento bugie
tornando a tempi migliori
quando sognavo altre vie
per le nostre scanzonate ragioni.
Andiamo. M’ illuderò
che nulla è cambiato,
come se non fossi passato per croci,
e proverò a cantare di nuovo,
quasi che il bagliore perduto
rinnovi altre luci e altre voci.
- Gesuino Curreli -
Nessun commento:
Posta un commento